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Open

Page history last edited by Claude Almansi 9 years, 9 months ago


 

Ma cosa vuol dire open?

 

Open Toys. Questa scritta campeggia sull'insegna di un negozietto di giocattoli dozzinali e ciarpame di plastica varia nel Valdarno. Che vorrà dire? Non certo che regalano balocchi. Nè che quei giocattoli, decisamente trash, sono in qualche modo più "aperti", in qualche misterioso senso, di altri. No, probabilmente si tratta di un banale ammiccamento ad una parola e ad una lingua che vanno di moda, il senso dell'una e la comprensione vera dell'altra rimanendo mistero per la grande maggioranza dei passanti in quella strada.

 

È curioso e anche interessante vedere comparire la parola open in un contesto così annacquato, dopo mesi passati a cercar di riempirla di significato. Discussioni del genere emergono sempre più frequentemente quando si pone la questione di pubblicare qualcosa: vale più una pubblicazione convenzionale o una pubblicazione Open Access? Regolarmente, intorno all'ovvia necessità di chiarire cosa significhi esattamente pubblicare in Open Access, il discorso si rivela più complesso del previsto perché manca una visione globale del fenomeno "open".

 

Con questo post intendiamo riprendere le fila di tutti questi discorsi tentando di chiarire le origini ed il senso attuale dei contesti nei quali l'aspetto open ha rilevanza.

 

 

 

Open non è una novità

 

La cultura occidentale (umana? troppo ignorante io ...) è emersa in forma open.

L'accademia è nata open.

 

 

Chi protegge gli artisti?

 

Ma artisti, poeti e scienziati hanno sempre fatto vita grama. Forse per questo la madonna è la star del ritratto. Ci voleva qualcuno che pagasse e i papi ci hanno sempre avuto la grana.

Nell'800 con l'incipiente massificazione di ogni cosa (se ne lamentava già Leopardi nelle operette morali) è venuta l'idea di proteggere i
diritti dei creativi, foraggiatori disinteressati del pensiero ma pur tuttavia dotati di apparato digerente.

All'inizio del 900, intorno agli anni 20, prende le mosse la legislazione sui diritti d'autore in un'escalation che conduce, verso
la fine del 900 alla protezione totale: anche sull'aeroplanino di carta che ho fatto ieri posso rivendicare diritti d'autore.

Nel frattempo Internet, azzerando il costo della trasmissione delle informazioni, ha dato la stura ad una varietà di espressioni con le
quali si vede ancora meglio che il creativo non è un dio, bensì uomo, Mensch.

Le legislazioni per i diritti d'autore vanno bene per l'olimpo, per gente che crea dal nulla, ma qui sulla terra nulla vien dal nulla. Se
si protegge tutto, i creativi del futuro moriranno per asfissia.

Creative Commons, anni 90, mi pare (vedi ad es. "A Politics of Intellectual Property: Environmentalism For the Net?" http://www.law.duke.edu/boylesite/Intprop.htm , del 1997, che espone già il principio dell'equilibrio tra diritti dell'autore e degli utenti di Creative Commons. Come organizzazione ufficiale, Creative Commons nasce nel 2001: cfr. http://creativecommons.org/about/history/ )

 

Il software Open Source

 

È molto divertente fare software. La sensazione di creare qualcosa è palpabile. Fare software vuol dire scrivere quello che desideriamo che una macchina faccia.

Le macchine sono artefatti che consentono di ampliare le possibilità dell'uomo. L'uomo ha limiti, fisici e intellettuali, e con la sua intelligenza costruisce artefatti che gli consente di superarli.

Prima dell'avvento del computer le macchine erano quasi tutte abbastanza semplici da essere manovrabili senza bisogno di scrivere istruzioni dettagliate. O meglio, le istruzioni su cosa debba fare, per esempio, un'automobile quando si gira lo sterzo sono state scritte nel mezzo stesso quando è stato costruito, sono state scritte mediante una lingua meccanica, potremmo dire un codice meccanico. Così per tutte le altre macchine.

Il computer è una macchina come le altre. Complicata quanto si vuole ma sempre una macchina. Ha tuttavia la particolarità di essere completamente flessibile, potendo fare una varietà illimitata di cose. Collegato ad altre macchine può servire a fare qualsiasi cosa, da ottimizzare il funzionamento di un freno ad andare sulla luna.

Con il computer si è confusa la distinzione fra colui che costruisce la macchina e colui che la usa. Quando il computer esce dalla fabbrica è giusto un embrione, potrà fare le cose più disparate ma queste verranno determinate dal software che vi verrà introdotto.

La maggior parte degli utenti compra il software o lo scarica dalla rete, ma niente vieta che lo scriva da se, o che alteri per le proprie necessità il software scritto da altri.

Scrivere software è divertente perché si ha la sensazione palpabile di creare qualcosa. Anche se fisicamente il computer è il solito, ora fa qualcosa di cui ho bisogno e prima non lo faceva: ho creato qualcosa.

Per Richard Stallman, negli anni 70 brillante ricercatore presso il laboratorio di intelligenza artificiale del MIT, tale ebbrezza creativa si identificava con il suo lavoro, e si arrabbiò di brutto quando si accorse che la Xerox non distribuiva più agli utenti il codice del software per governare le stampanti.

Il problema era sorto quando Stallman non aveva trovato in laboratorio il manuale della stampante, che cercava perché voleva eliminare alcune disfunzioni modificandone il software, più precisamente quello che si chiama il driver della stampante.

Stallman mollò il suo prestigioso impiego di ricercatore per dedicarsi a un'idea, che si è poi concretizzata nel movimento del Free Software, la Free Source Foundation (http://www.fsf.org), un'associazione che promuove il software libero e la General Public Licence, una licenza che consente agli autori di proteggere la natura libera delle proprie creazioni[1].

L'idea di Free Software ha una precisa connotazione etica, rifacendosi esplicitamente al concetto di libertà. Scrivere software è un'attività creativa, è un modo di sostanziare pensiero, così come raccontare, dipingere, comporre o creare una teoria matematica. Le idee devono circolare liberamente, sosteneva Stallman, il software è fatto di idee e quindi non appartiene a nessuno.

Il Free Software è tale se all'utente sono garantite le seguenti quattro libertà:

Freedom 0: libertà di usare il software per qualsiasi fine
Freedom 1: libertà di studiare il funzionamento del software e di cambiarlo per i propri scopi (implica la possibilità di leggere il codice in chiaro, il cosiddetto sorgente, source)
Freedom 2: libertà di cedere copie del software a chiunque
Freedom 4: libertà di cambiare il software e di diffonderlo al pubblico.

Uno dei maggiori grattacapi di Stallman deriva dal fatto che in inglese "free" vuol dire sia "libero" che "gratis" mentre il concetto di Free Software concerne le libertà dell'utente e non il costo.

Non si poteva non ricordare il contributo di Stallman e anche l'ideale che lo ha ispirato e che rimane il riferimento più alto in materia, con le sue quattro libertà.   

Tuttavia il termine Free Software viene identificato dal grande pubblico con l'Open Source. La distinzione fra Free Software e Open Source è di natura filosofica e forse la maggior parte degli sforzi di Stallman in questi anni sono stati e sono dedicati a rimarcare questa distinzione[2].

Affascinante e condivisibile, la visione di Stallman, focalizza l'attenzione sul singolo, utente, autore o utente-autore del software. La sua crociata non ha impedito che l'esatto contrario del Free Software, il cosiddetto <i>software proprietario</i>, proliferasse in business di grandissimo successo, quello di Microsoft in testa.

Alla fine degli anni 90 molti dei sostenitori attivi del Free Software hanno visto un limite nella sua formulazione, filosofica nella sostanza, per poter essere integrata in qualche maniera nella realtà industriale.

È nata così nel 1998 la Open Source Initiative (http://opensource.org) con l'obiettivo di definire e sostenere un concetto di software libero che fosse più pragmatico e che potesse essere eventualmente adottato anche in realtà industriali.

Addentrarsi nelle discussioni che hanno avuto luogo in questi anni su free e open source può rivelarsi un esercizio molto dispendioso, dovendosi orientare fra posizioni radicali, connesse a forme di attivismo sociale, e i fatti del business della Information Technology[3].

C'è anche chi cerca di mettere tutto nell'unico sacco del Free/Libre and Open Source Software (FLOSS, http://www.flossproject.org) e forse è giusto considerare la questione nella sua interezza: la spinta idealistica iniziale e un fenomeno di natura tecnologica e economica di portata planetaria. È giusto perlomeno nelle intenzioni di questa nostra escursione alla ricerca del significato dell'aggettivo open, ormai ubiquitario.

Stallman tuttavia non ha avuto solo visioni, ma anche scritto una mare di software, una buona parte del quale è finito a comporre una cospicua parte di Linux, il sistema operativo attribuito a Linus Torwald e che molti, semplicisticamente identificano con l'Open Source. Non c'è dubbio che Linux rappresenti il fenomeno più eclatante e non c'è neanche dubbio che Linus Torwald fu in grado di innescare il processo grazie all'idea di Free Software lanciata da Stallman ma anche a non pochi componenti fondamentali sviluppati da quest'ultimo per quello che sarebbe dovuto diventare il sistema GNU (Gnu is Not Unix). Così i puristi del Free Software rivendicano la paternità condivisa con la denominazione Gnu/Linux, probabilmente a ragione.

Il mondo tuttavia è sempre molto più grande e travolge spesso le più legittime intenzioni, per cui dai più Linux viene chiamato Linux il Free Software rimane diluito nel mare magnum del software Open Source.

 
Linux

 

Linus Torwald, uno studente un po' sfigato[4] di informatica di Helsinki, si mette in testa di pigiare nel vecchio PC di suo nonno il sistema operativo Unix, che aveva visto funzionare nei potenti computer dei laboratori di ricerca.

Ne scrive il cuore, il cosiddetto <i>kernel</i>,  e lo getta nell'oceano di Internet. Linus aderisce così all'idea di Stallman. In effetti, ancora oggi i sorgenti del sistema operativo Linux sono distribuiti sotto la General Public Licence (http://www.linux.org/info/gnu.html).

Quello che nel 1991 Linus liberò in Internet, corrispondeva in termini quantitativi, un tanto al chilo, ad un tascabile da 250 pagine. La rete reagì e nel 95 aveva reso indietro 24 tascabili, coerenti con il primo, non presi a caso dalla biblioteca di Babele di Borges. Il processo fu esplosivo. Nel 2000 altri 999 tascabili si erano aggiunti al primo. Ma Linus non si fece soffocare. Si mise a raccogliere il buono di qua e di là. Un nuovo modo di lavorare con gli altri.

Per chiarire bene il concetto facciamo un esempio molto semplice di come funziona lo sviluppo del software libero. Tizio scrive un programma[5] per fare le quattro operazioni. Lo prova, fa tutti i test necessari per essere sicuro che fa quello che deve, lo correda di una licenza GPL e lo distribuisce in rete. Fare questo significa aggiungere al sorgente, che è un normale file di testo, alcuni paragrafi che descrivono la licenza; poi porre in rete, in qualche servizio web di distribuzione di software, il file sorgente e le corrispondenti versioni pronte per l'uso (l'eseguibile) su varie tipologie di sistemi - PC con windows o Linux, Mac ... - o alcune di esse. Caio, che vive dall'altra parte del mondo, si imbatte nel programma messo in rete da Tizio. Lo scarica, lo prova e gli piace. Usandolo, si rende conto che per lui sarebbe molto più utile se eseguisse anche la radice quadrata. Legge il codice sorgente, capisce come funziona, lo altera adeguatamente per aggiungere le funzionalità che lui desidera, lo prova e, quando il programma funziona come previsto, lo rimette in rete.

Più o meno è così che migliaia di persone hanno contribuito all'opera di Linus Torvald. Perfetti sconosciuti nella maggior parte dei casi. Sconosciuti dei quali nessuno ha coordinato il lavoro. L'intuizione felice di Linus fu di raccogliere e mettere insieme i prodotti migliori <i>a posteriori</i> invece di coordinare un progetto determinato <i>a priori</i>.  

Come può avere funzionato una cosa del genere? Come può essere stato possibile sviluppare un software complesso come un sistema operativo con un processo il cui unico motore sembra essere stato il caso? In un mondo nel quale aziende del calibro di Microsoft producono software andando a cercare i migliori informatici e ingegneri sulla piazza internazionale e facendoli lavorare con un'organizzazione strettamente gerarchica? Come può essere possibile che Microsoft abbia fallito l'obiettivo di conquistare il mercato dei web server perché Linux ne ha conquistato il 70% a mano bassa?

 

 

La potenza creatrice del disordine

 

 

Il fenomeno della genesi di Linux e del suo successo nell'arena industriale sembra assolutamente nuovo. Il modello di produzione industriale si è sviluppato negli ultimi due secoli lungo le linee del modello gerarchico militare, basato sul paradigma del controllo quanto più rigido possibile. No era mai accaduta una cosa simile.

In realtà, su di una scena più ampia, il fenomeno di Linux non è affatto nuovo, anzi è del tutto normale. È semplicemente la manifestazione della potenza creatrice del disordine.

Ne parla magnificamente Edgar Morin (Il metodo, vol. 1, Cortina Editore, ...) in termini assai più generali, senza alcun riferimento esplicito alla tecnologia e a Internet. Riprendiamo qui uno dei suoi esempi a riguardo.

Noi siamo fatti di atomi, pare, e per tutte le forme di vita c'è un atomo in particolare che gioca un ruolo fondamentale, ed è il carbonio.

In natura tutte le cose vengono da qualche parte. Da dove vengono dunque gli atomi? Dov'è che si fabbricano?

Gli atomi si fabbricano nelle stelle. Le stelle sono le fornaci dove si forgiano i mattoni che compongono il mondo, almeno quella parte di mondo accessibile ai nostri sensi.

Le stelle sono immensi forni dove il combustibile, l'idrogeno, viene trasformato in cenere inerte, l'elio, con la produzione di un'immensa quantità di energia, esattamente quella che noi conosciamo come luce del sole, che è la nostra unica fonte di energia.

Nel cuore delle stelle, sottoposti a smisurata pressione, gli atomi di idrogeno si fondono in coppie a formare atomi di elio, in un processo che si chiama fusione termonucleare.

Questo è il processo di gran lunga preponderante che ha luogo nelle stelle ma non è l'unico. L'enorme pressione causata dalla forza gravitazionale di una massa così grande, e la conseguente elevatissima temperatura, oltre una certa soglia può innescare altre reazioni, come per esempio la fusione di due atomi di elio.

Sono evenienze rarissime che rasentano l'impossibilità. Due atomi di elio, se confinati in uno spazio abbastanza ristretto per un tempo sufficiente, circostanza già rarissima, si possono unire per formare un atomo di Berillio che tuttavia si scompone in un tempo che è pari a un diecimilionesimo di miliardesimo di secondo. Diciamo subito! Ebbene, se in tale minuscolo tempo un altro atomo di elio ha la ventura di avvicinarsi abbastanza a questo instabile oggetto, ecco che si può formare un atomo di carbonio.     

Una cosa quasi impossibile resa possibile dall'enorme numero di atomi presente in una stella. Tutti gli elementi che conosciamo sono prodotti così. Intendiamoci, questi rappresentano una marginalità nell'universo, una marginalità dispersa in un oceano di disordine, ma è la marginalità che consente la vita.

La natura fa ampio uso di questo meccanismo. Noi, rappresentiamo una marginalità di una serie concatenata di marginalità successive, in ognuna delle quali l'impossibile è reso possibile mediante il disordine di sistemi dal numerosità smisurata.

In questa luce il fenomeno di Linux non rappresenta niente di nuovo se non un'ennesima marginalità che è potuta emergere in un ennesimo substrato, generato dall'infrastruttura di internet, che ha reso possibile l'estremamente improbabile incontro di persone appassionate ad un medesimo inusuale e difficile hobby, attratte da obbiettivi simili e ispirate da un comune modo di agire.  

Niente di nuovo nello grande scenario della natura ma assolutamente nuovo nella marginalità umana. Un nuovo che è emerso perché sono state superate una serie di soglie di numerosità, miliardi di uomini, centinaia di milioni di computer connessi in un'unica rete, centinaia di milioni di menti collegate in un vertiginoso corto circuito planetario ed ecco che il disordine ha iniziato ad agire.

Quindi quell'innocua parolina, open, comparsa nel contesto della produzione di software rappresenta un nuovo assoluto nella storia dell'umanità, ma un nuovo che è assolutamente naturale e usuale nella grande storia del mondo. Quel piccolo open va preso molto sul serio e andremo quindi a cercarlo anche in altri contesti.

 

***
Questa cosa è dannatamente nuova, maremma! Perché non sconvolge i popoli? Sennet per trovare qualcosa del genere va ricercare
l'artigiano di Efesto ...

 

Oggi il codice si è liquefatto, cosa che descriverei, in modo più divulgativo possibile pescando dal seguente brano che avevo piazzato nel prologo del messaggio:

 

Il codice liquido

 

Mi sto baloccando con frammenti di codice e mi meraviglio di come stia perfondendo l'atmosfera. Scopro che l'API di pbworks è a portata di
mano, cacciando frammenti di codice nell'url oppure succhiando con comandi unix tipo curl o wget o da qualsiasi linguaggio, per, ruby bla bla.

Sorte fuori roba in xml, frugabile in un mare di modi.

Mi è servito per estrarre una lista di nomi di studenti da una pagina wiki.

Scopro che in uno spreadsheet google si può cacciare in una cella una funzione che estrae da pagine web oggetti xml, oggetti html e altra
roba, schiaffandoli in colonne dello spreadsheet. Libidine. L'ho usato per trasferire in uno spreadsheet google una lista nel wiki che andava aggiornandosi.

Mi sono baloccato altre volte con questo fantasmagorico lego, come ricordai circa a metà di questo post
http://iamarf.org/2010/04/09/ma-cosa-ce-di-veramente-nuovo-nelle-nuove-tecnologie-assignment-fuori-categoria/

Il codice che io rubavo la notte nella medicina nucleare di Firenze per migliorare i programmi, i manuali del computer in un armadio
grigio e i sorgenti del sw nel computer con le lucine rosse sfavillanti, tipo quello di Kubrick, oggi è nell'aria, in innumerevoli
forme. E dall'articolazione di quel codice emergono le regole della società, nuove regole. Lessig. Boyle

 

Le Open Educational Resources

 

Fine anni 90. Frange dell'accademia sentono il richiamo della foresta, il richiamo della libertà. Wiley, OER. Downes, empowering students.

Il muscoloso MIT nel 99 ci fa un pensierino. Il 2000 decidono - ah questi americani, a volte fanno paura ma a volte sono affascinanti -
il 2005 (mi pare) hanno fatto un prototipo con qualche decina di corsi online. Perseverano, spendendo miliardi ora hanno tutto o quasi online, > 1800 corsi.

http://www.youtube.com/watch?v=tbQ-FeoEvTI  (posso sottotitolare in italiano io, ho comunque chi si ritrova prima il tempo di farlo)

http://ocw.mit.edu/about/our-history/ e magari tradurre ... ?

 

Esperienza già vecchia, pdf. Ma esperienza totale. Seguono oltre 200 atenei. Nuove forme. Esplodono OER. Caos, ovvio, ma esplosione, c'è
poco da fare. Vivaddio.

 

Open Access

 

2003, Berlino, open access. Molti firmano, anche se sono firme con pesi diversi

... tossisco, mi è andato qualcosa di traverso ... torno subito ...

 

La Wikinomics

 

Ma non è anarchia, a parte le fasi esplosive, sempre più o meno anarchiche. Non è neosocialismo. Non è neo-68. Non è snobismo di
accademici libertari.

Top manager delle più grandi multinazionali e consulenti di fama internazionale si sono accorti che c'è del nuovo. Imparano a giocare
con l'ambiguo, ibm, goldcorp, novartis, p&g ... wikinomics ... macrowikinomics ...

 

I principi della Wikinomics:

 

  1. Openness
  2. Peering
  3. Sharing
  4. Acting Globally

 

Tutte persone che, in contesti estremamente concreti e aspramente competitivi, capiscono la vocazione creativa del caos nei grandi grandissimi sistemi, Morin (in estrema sintesi ... da espandere per benino per non sembrare matti ...)

Emergono nuovi equilibri fra le gerarchie delle strutture e il caos delle reti. La Intellectual Property esce dalle casseforti e diventa
moneta spendibile, all'aperto.

I pescecani che pasteggiavano tranquilli si disperano - non è la prima volta - emergono nuovi equilibri, nuove regole.

Regole plasmate nel *codice*, Lessig. Ecologia culturale, Boyle (http://www.law.duke.edu/boylesite/Intprop.htm).

 

Non pura anarchia ma nuovo, nuove regole, nuovo mondo, nuove possibilità, che noi possiamo
plasmare ... se non dormiamo

Footnotes

  1. "Chi poteva prevedere che in dieci anni sarebbe diventato talmente idealista? Tutto quello che rammento è che un giorno sua sorella venne da me e fece, 'Cosa diventerà mai da grande? Un gran fascista?' "
  2. Vedi anche il video "Internet and Web Pioneers: Richard Stallman" http://www.youtube.com/watch?v=ihxGJueWb-I, nel quale Stallman, da buon visionario, (a partire da 0:01:37) prospetta/auspica un'enciclopedia web libera che verrebbe scritta da insegnanti - forse 2000 - di cui ciascuno scriverebbe un articolo all'anno. Non è chiaro se la registrazione è del 1996 o 1999, ma comunque precede il lancio di Wikipedia di alcuni anni.
  3. Chi vuole può andare ad approfondire le posizioni della FSF - "Free software" is a matter of liberty not price (http://www.gnu.org/phylosophy/free-sw.html) - e quella di OSI - The founders embraced the ideals of software freedom, but saw that businesses - being non-persons - lacked any way to embrace a philosophical principle (http://opensource.org/governance/
  4. "Guardandolo crescere non potevo non pormi una domanda: messo com'è, come diavolo farà a incontrare una ragazza carina?" Anna Torvalds (madre di Linus) Citazione riportata da Linus Torvalds medesimo all'inizio della propria bibliografia: Rivoluzionario per caso, Garzanti, 2001.
  5. Programma, applicazione, applicativo, app, sono sinonimi per denotare un qualsiasi pezzo di software abbastanza completo da poter essere usato per una precisa attività o insieme di attività.

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