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Matveitchouk Nikita

Page history last edited by nikita 8 years, 8 months ago

PORTFOLIO

Ad ogni incontro devi esprimere i tuoi pensieri sul film proposto editando questa pagina e scrivendo nello spazio sotto a ciascuna domanda

 


12 ottobre 2010: CARO DIARIO di Nanni Moretti, Italia 1993 (IV episodio: Medici) 30'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film? La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

L'episodio,Medici, racconta della odissea di Nanni Moretti, vissuta realmente, e in parte filmata dalla vita reale, alle prese con un tumore benigno, di cui si è reso consapevole solamente dopo una serie di pareri discordanti, consulti imprecisi, cure inutili e dispendiose. Partendo da un sintomo di crescente prurito agli arti, insonnia e dimagramento, si rivolge invano a molti "luminari" della dermatologia, ottenendo solamente continue prescrizioni di farmaci, di vari tipi di shampoo e persino una vacanza in località balneare. Dopo aver rischiato lo shock anafilattico per un vaccino che risulterà inutile, prova anche con la medicina orientale. Un medico agopuntore gli consiglia dei controlli radiografici e la successiva TAC sembra indicare la presenza di un sarcoma polmonare; il successivo intervento chirurgico evidenzia invece la presenza del linfoma di Hodgkin, per il quale il regista inizia la chemioterapia. Consultando un'enciclopedia medica, Moretti trova la conferma che i sintomi di questa malattia sono proprio quelli di cui ha sofferto e che aveva sempre portato in anamnesi. Deluso dalla categoria, («I medici sanno parlare ma non sanno ascoltare») l'episodio, raccontato al tavolino di un bar, colmo di tutti i prodotti acquistati, si conclude con l'amaro e sarcastico brindisi con bicchiere d'acqua a stomaco vuoto («dicono che fa bene»).

Il problema fondamentale che viene analizzato nello spezzone che abbiamo visto è la mancanza di dialogo tra medico e paziente. Dalla drammatica esperienza mostrataci dal protagonista possiamo trarre un' importante lezione: il medico non può e non deve approcciarsi al paziente come se quest' ultimo fosse una macchina guasta, un oggetto malato. Nessuno dei medici del film si aproccia nella giusta maniera al problema perchè ognuno vede solo il suo interesse, sia professionale -nessuno dei dermatologi intressati riesce a vedere oltre la dermatologia e a diagnosticare ,quindi, la giusta malattia- sia pivato -dal momento che ognuno tende a sostituirsi ai colleghi precedenti per un puro spirito di affermazione personale. Il tutto tralasciando il reale obiettivo che è la riconquista della salute del paziente. 

 

Allega tutte le integrazioni che vuoi (articoli di giornale, riferimenti a film, documentari o video, citazioni da libri, poesie, immagini, siti web, ecc.)

 

 

 


19 ottobre 2010: UN MEDICO UN UOMO di Randa Haines, USA 1991, 124'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film? La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

Jack McKee, è un medico di successo, brillante e spregiudicato chirurgo quarantenne con una troppo buona opinione di sé e una scarsa considerazione per gli altri. Interamente assorbito dal prestigio e dai vantaggi della propria professione, trascura la moglie e il figlio, mostra decisamente poca empatia e poco tatto nel rapporto coi propri pazienti, opera non lesinando battute e freddure agli assistenti anche nel momenti più drammatici di un intervento. Sembra convinto che per fare il proprio lavoro si debba alzare un muro verso i pazienti e difendersi dai sentimenti che essi possono suscitare in lui, così da non correre il rischio di farsi coinvolgere troppo. Improvvisamente però, quando gli viene diagnosticato un tumore alla laringe, si trova ad essere dall'altra parte della barricata nel ruolo del paziente bisognoso di cure e deve subire analisi fastidiose, supponenza ed arroganza del medici, intralci burocratici. Questo cambiamento di prospettiva gli apre gli occhi sui valori dei rapporti umani di comprensione e di solidarietà con altri malati.

Un messaggio importante ci è trasmesso, alla fine del film, dal protagonista di questa storia per certi versi toccante. La medicina, in sintesi, non è un lavoro meccanico -come erroneamente credono molti dei medici del film, se non tutti tranne Blumfield e altri celebri personaggi letterari quali, ad esempio, il dottor Galvan- o almeno non esclusiavamente. La medicina ha un lato umano imprescindibile; il chirurgo non è uno che "entra, aggiusta, esce", un "taglia e cuci" per il paziente come invece crede il protagonista Dr. McKee; bensì, deve saper comunicare con il paziente e comprendere il punto di vista del paziente, anche perchè la malattia prima o poi colpisce tutti a prescindere dalla professione che uno esercita.

 

 

 

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16 novembre 2010: IL GRANDE COCOMERO di Francesca Archibugi, Italia 1993, 96'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

l film racconta la storia di una dodicenne, Valentina, detta Pippi, figlia di Cinthya e Marcello, benestanti, ma senza ideali, che in seguito ad un attacco d'epilessia è ricoverata nel reparto di neuropsichiatria infantile del policlinico di Roma. Un giovane psichiatra, Arturo, appena uscito da una crisi coniugale che si sforza di esorcizzare, accoglie la ragazzina nel suo reparto, preso da spontaneo interesse per lei .
Pippi rivela un carattere scontroso e provocatorio che implica dei difficili rapporti coi genitori, per cui Arturo si propone di tentare con lei una terapia analitica, studiandone attentamente le reazioni, al fine di portarla alla "normalità". Il medico scopre così che la ragazza non può trovare né sicurezza né affetto nell'ambiente familiare, superficiale e contraddittorio perché al tempo stesso protettivo, ma caratterizzato anche dall'indifferenza reciproca.
Al contrario nel reparto, nonostante le mancanze strutturali e organizzative e insufficienza del personale, la ragazzina, grazie all'affetto e all'interesse manifestato dal terapista piano piano si apre con crescente fiducia, riuscendo ad instaurare anche un rapporto d'amicizia con una bimba cerebrolesa , cui dedica il proprio tempo e le proprie attenzioni. 
Sarà proprio la morte della bimba a scatenare il rifiuto di Pippi nei confronti di Arturo, provocando in lei una crisi epilettica di protesta che fornirà allo psichiatra la chiave di un appropriato intervento per condurla alla guarigione. Notevole è la capacità della regista Francesca Archibugi di comunicare la continuità tra il claustrofobico senso di oppressione degli interni ospedalieri e gli esterni, i notturni delle strade della capitale; notevole è anche la capacità di caricare di valenza simbolica cose e situazioni, ad esempio, il muro martellato da Arturo, segno di una reazione alla incomunicabilità che mina ai rapporti umani. 

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

Il titolo del film rimanda a una raccolta di fumetti di Charles Schulz, in cui il protagonista Charlie Brown, prototipo dell'adolescente insicuro e bisognoso di affetto, attende invano l'arrivo del Grande Cocomero.

Le aspettative di Charlie, la sua attesa speranzosa verso un futuro migliore sono caratteristiche comuni dei giovani che hanno bisogno di qualcosa in cui credere. 
La regista Archibugi, però, si distacca dal fumetto in quanto al termine del film Pippi riesce a trovare il suo Grande Cocomero: la sua attesa di una situazione di pace viene finalmente appagata. 

 

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http://youtu.be/d2LT670G2V4

 


30 novembre 2010: LA FORZA DELLA MENTE di Mike Nichols, USA 2001, 99'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

Il film di Nichols racconta la storia della professoressa Vivian Bearing la quale, dopo una diagnosi di carcinoma ovarico in stadio avanzato, decide di sottoporsi ad un regime di chemioterapia altamente aggressivo, di fatto inutile ai fini della guarigione. Nella scena iniziale del film vediamo il dottor Kelekian che, in maniera semplice ed immediata, comunica a Vivian la diagnosi: “lei ha un cancro...lei ha un cancro metastatico alle ovaie in stadio avanzato...un insidioso adenocarcinoma”; quindi, seguendo i crismi del modello anglosassone, fornisce una rapida e dettagliata spiegazione della situazione clinica e dell’intervento consigliato, otto cicli di chemioterapia “a dose piena”. Questo protocollo di cura sperimentale è gravato da effetti collaterali molto seri, sui quali comunque il medico si sofferma in maniera laconica (“i farmaci antiblastici danneggeranno alcune cellule sane, comprese quelle lungo il tratto gastrointestinale dalle labbra all’ano e i follicoli piliferi”), senza dare alcuna informazione su quali siano concretamente per la paziente gli effetti collaterali. Per reclutare Vivian nella propria casistica, l’oncologo utilizza quindi un linguaggio di elevata qualità scientifica (“un’accurata diagnosi”), ma arido, privo di qualunque coinvolgimento emotivo ed anche poco comprensibile alla paziente (la quale giustamente ribatte sul significato del termine “insidioso”). Il linguaggio, alla luce dell’affermazione del modello anglosassone, non è un problema da sottovalutare: secondo Lavinio il lessico medico possiede 20.000 termini specialistici, contro i 2000 della matematica, probabilmente perchè “in medicina esistono migliaia di termini pseudoscientifici...che sarebbero traducibili nella lingua comune senza alcuna perdita semantica. Il fatto è che quei termini non sono rigorosi, ma soltanto gergali, non appartengono a una disciplina scientifica ma solamente al dialetto presuntuoso di una corporazione. Anche di simili questioni linguistiche è fatta la malacomunicazione tra medici e pazienti nonché la situazione di  debolezza e disagio in cui i pazienti spesso vengon posti”. Ecco perchè un termine abusato in medicina come “insidioso” può assumere differenti significati dal punto di vista del medico o del paziente.

 

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

 

Il “placebo” è una sostanza inerte, priva di qualsiasi principio attivo terapeutico, o un provvedimento non farmacologico (consiglio, conforto, atto chirurgico non invasivo, ecc.) che provoca un effetto positivo su un sintomo o addirittura su una malattia.Studi “in cieco” (dove il paziente non sa cosa sta prendendo) hanno dimostrato in patologie con una rilevante componente psicosomatica (come emicrania,insonnia ecc.) un effetto placebo fino all’80%.

 

Studi “in doppio cieco” (dove sia il paziente che il medico che somministra non sono a conoscenza delle sostanze utilizzate) hanno dimostrato che raddoppiando la dose di placebo si ottengono risultati terapeutici migliori di quelli con dose normale.Questo incredibile fenomeno, che non è psicologico, è conosciuto da moltissimo tempo, ma oggi si ritiene che fino al 60% dei progressi ottenuti con un trattamento (qualsiasi esso sia) possano essere dovuti a una risposta placebo.Il biologo molecolare Bruce Lipton, autore del best seller La Biologia delle credenze: come il pensiero influenza il DNA e ogni cellula (Macro Edizioni), chiama l’effetto placebo “effetto credenza”, per sottolineare come le nostre percezioni, vere o false che siano, hanno lo stesso impatto sul nostro comportamento e sul nostro corpo.

Egli è totalmente a favore dell’effetto credenza (placebo), perché costituisce una prova sorprendente della capacità di autoguarigione dell'essere umano ed afferma: “il motivo per cui la mente è stata così trascurata dalla medicina ufficiale non è solo il pensiero dogmatico, ma anche considerazioni economiche. Se il potere della mente può davvero guarire il corpo, perché andare dal medico? E, cosa ancora più importante, perché avere bisogno di farmaci

 

 


 

 

 

 22 Marzo 2011: MEDICI PER LA VITA di Joseph Sargent, USA 2004, 110'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

Una svolta che cambiò il volto della medicina. Una collaborazione che ruppe le regole. Sullo sfondo della discriminazione razziale degli Stati del sud degli USA, MEDICI PER LA VITA racconta l’emozionante storia vera di due uomini che sfidarono le regole del loro tempo per lanciare una rivoluzione in campo medico. Impegnati, nella Baltimora degli anni ’40, nella messa a punto di un’innovativa tecnica di chirurgia cardiaca per operare “bambini blu”, il dottor Alfred Blalock (Alan Rickman, il celebre professor Severus Piton di Harry Potter) e il tecnico di laboratorio Vivien Thomas (Mos Def, The Italian Job), formano un team eccellente. Ma anche se corrono insieme contro il tempo per strappare alla morte un bambino in fin di vita, i due occupano posti molto diversi nella società. Blalock è il capo chirurgo del Johns Hopkins Hospital, bianco e benestante; Thomas è un abile falegname, nero e povero. Mentre Blalock e Thomas inventano un nuovo campo della medicina, salvando migliaia di giovani vite, le pressioni sociali minacciano di indebolire la loro collaborazione e rompere la loro amicizia.

 

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

I messaggi più forti del film, comunque, sono sostanzialmente due. Il primo riguarda la valorizzazione del lavoro interdisciplinare e interprofessionale: il geniale chirurgo, senza il suo geniale assistente tecnico, non sarebbe mai riuscito a fare un’operazione a cuore aperto. E’ un fatto che spesso l’egocentrismo medico tende a dimenticare ma che, invece, occorre sempre ricordare: la sanità è un servizio pluridisciplinare e poliprofessionale e funziona bene, nell’interesse dei pazienti, soltanto se i vari professionisti, medici e non, imparano a ben lavorare assieme. Il secondo riguarda il senso da dare alla già citata affermazione di Blalock circa il fatto che la missione fondamentale del medico è quella di combattere strenuamente contro il proprio unico, vero nemico ossia la morte.

 

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Il libro di Daniel Callahan False Hopes (False speranze: in Italia tale titolo è diventato La medicina impossibile).

 

 


5 Aprile 2011: L'OLIO DI LORENZO di George Miller, USA 1993, 129'


Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

Lorenzo è una bambino sano ed intelligente che verso l’età dei 6 anni inizia però ad avere degli strani disturbi e a comportarsi in modo violento con gli altri bambini. Lorenzo sembra non riuscire a seguire con attenzione le favole che la madre gli legge e sembra inoltre non riuscire a tenersi bene in equilibrio soprattutto quando gira con la sua bicicletta. Augusto Odone e la madre Michaela decidono di portare il bambino a fare una visita medica. La diagnosi è spaventosa. Si tratta di una rara malattia neurologica dal nome praticamente impronunciabile, Adrenoleucodistrofia, una malattia per cui non esiste una cura. I medici danno a Lorenzo al massimo due anni di vita.

Augusto e Michaela non riescono a darsi pace, fanno di tutto per riuscire a mantenere in vita loro figlio. Augusto inizia anche a leggere libri su libri di biologia e di neurologia e si mette in contatto con ricercatori e medici disposti ad ascoltare le sue scoperte.

Alla fine proprio grazie alla tenacia di Augusto e Michaela si viene a creare un composto davvero miracoloso, un derivato dell’olio di oliva che non riesce a curare la malattia ma riesce a contrastarne gli effetti. A discapito di quello che avevano detto i medici Lorenzo riesce infatti a sopravvivere per altri 20 anni. Quel composto verrà ribattezzato appunto l’olio di Lorenzo.

Dopo la morte di Lorenzo, avvenuto nel 2008, e dopo la morte della moglie Michaela Augusto ha deciso di ritornare nella sua Italia e di raccontare la storia della sua vita in questo libro edito dalla casa editrice Mondadori che prende il nome ancora una volta di “L’olio di Lorenzo”. Augusto Odone riesce a raccontare questa storia tragica ma ricca di determinazione con tutta l’incisività, la forza e il coraggio di cui è stato capace per tutta la sua vita. Un romanzo senza dubbio da leggere per tutti coloro che vogliono riscoprire la speranza di vivere, per tutti coloro che vogliono scoprire cosa significhi veramente dare la vita per qualcuno e avere il coraggio di prendere decisioni in modo determinato.

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

Può essere che il nome di Lorenzo Odone oggi non dica nulla ai più. Ma basterà pronunciare quella formula che parve magica, miracolosa, salvifica - «l'olio di Lorenzo» - perché dal fondo della memoria riemerga un’epopea, una sorta di paradigma dell'amor filiale, che per anni commosse l'opinione pubblica di tutto il mondo. Un ragazzino che si ammala di un morbo rarissimo e i suoi genitori che non si arrendono e infine scovano, loro che medici non sono, una cura così efficace da regalare almeno quattro lustri di vita al loro sfortunato bambino che per la comunità scientifica internazionale «doveva» morire in capo a una manciatina di anni. Storia così intensa, così commovente, da diventare trama di un film («L'olio di Lorenzo», appunto) interpretato da Susan Sarandon e Nick Nolte.
Ieri, come un fulmine, la notizia che arriva dall'America. Lorenzo Odone è morto nella sua casa di Fairfax, in Virginia. Aveva trent’anni. A ucciderlo sono state tuttavia le conseguenze di una polmonite, e non quella rara malattia neurologica che certamente, inchiodandolo a letto, ne ha affrettato la fine. Più che quella di Lorenzo, questa è dunque la storia di due genitori coraggiosi, intelligenti e caparbi. Lui, Augusto Odone, è un economista della Banca mondiale. Lei, Michaela, è una linguista. Sono loro, dopo una ricerca matta e disperatissima, a trovare la soluzione per la terribile malattia di cui soffriva il figlio, la adrenoleucodistrofia. Un rimedio ancor oggi somministrato dai medici di tutto il mondo ai bambini colpiti da tale disfunzione.


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L’adrenoleucodistrofia, come altre malattie neurodegenerative, lasciava ben poche aspettative di vita (generalmente non più di un paio di anni dopo la diagnosi), ma grazie agli studi effettuati dal padre si è riusciti a mettere a punto una sostanza composta da una miscela di acido oleico e acido erucico, ricavati da comuni olii da cucina (olio di oliva e olio di colza), che riescono a ritardare -purtroppo non a bloccare o curare- il decorso della malattia.

L’Olio di Lorenzo è specifico per l’ALD, non ripara la mielina e non ha effetto conosciuto su altre malattie demielinizzanti. Nella forma iniziale di ALD l’Olio di Lorenzo spesso (ma non sempre) previene il manifestarsi della malattia, fermando la produzione nell’ organismo degli acidi grassi a lunga catena, che causano la demielinizzazione.

L’ufficialità di questa cura “casereccia” è arrivata nel settembre 2001 su New Scientist, grazie ai risultati di due studi condotti tra il 1989 e il 1999 su 105 bambini (69 negli Stati Uniti e 36 in Europa, due dei quali italiani) colpiti dalla malattia, ma ancora senza segni evidenti.







19 Aprile 2011: PATCH ADAMS di Universal, USA 1998, 115'

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

Hunter Patch Adams esiste davvero, non solo sullo schermo cinematografico che l'ha reso famoso grazie all'interpretazione di Robin Williams.

Decide di fare il medico quando adolescente viene ricoverato in una clinica per malattie mentali a causa di una forte depressione. Là conosce Rudy, un ragazzo malato di mente e lo aiut a superare i suoi deliri grazie a un gioco divertente. Patch si accorge che aiutare gli altri gli da' gioia ed emozione e decide di iscriversi all'Universita'.

Qui pero' incontra un ambiente asettico, dove viene incoraggiato il distacco dal paziente, dove si insegna tutto sulla malattia e niente sul malato e diventa un ribelle. Viene bocciato una volta per "eccessiva gaiezza" e un tutor universitario gli dice: "se volevi fare il clown dovevi andare a lavorare in un circo". Patch vuole anche fare il clown ma desidera soprattutto diventare medico e cosi'... mette insieme le due cose.
Patch e' una sorta di guaritore che cerca di scoprire come funzionano i pazienti. Cosa li diverte? Cosa li stimola? Realizzare le loro fantasie puo' aumentare l'emissione di endorfine e accelerarne la guarigione.
E allora Patch riempie una stanza di palloncini, una vasca da bagno di tagliatelle, va in giro con un naso da clown e le scarpe grandi, indossa una cravatta che emette dei suoni e soprattutto sorride e spiega: "Sappiamo tutti quanto sia importante l'amore, eppure, con quale frequenza viene provato o manifestato veramente?
I mali che affliggono la maggior parte dei malati, come la sofferenza, la noia e la paura, non possono essere curati con una pillola. I medici devono curare le persone, non le malattie".

La sua storia reale comincia proprio da un ospedale psichiatrico, dove Patch, ancora adolescente, viene ricoverato dopo aver tentato il suicidio. Anche su di lui si è abbattuto il male oscuro della depressione. Qui aiuta un malato, suo compagno di stanza, a superare le fobie ricorrendo a un gioco divertente. Improvvisamente capisce di avere un dono: sa aiutare chi soffre creando un rapporto fatto di allegria e complicità. Decide allora di studiare medicina al Medical College in Virginia, da cui esce diplomato nel 1971. Sono anni difficili epr lui quelli universitari, perché il mondo accademico non accetta il modo rivoluzionario con cui Patch Adams intende curare i pazienti.

"La medicina è uno scambio d'amore, non un business. L'antidoto a tutti i mali è l'umorismo" ha dichiarato in un'intervista. 
Animato dalla volontà di mettere in pratica questo suo ideale, Patch Adams dopo la laurea trasforma la casa dove vive in una clinica aperta a chi soffre. Assieme a un gruppo di volontari riesce, in dieci anni, a prestare cure gratuite a circa 15000 malati e nel '77 compra un terreno nel North Carolina, dove progetta di costruire una clinica vera e propria.

Vista dall'alto la costruzione, nelle intenzioni di Patch Adams, deve riprodurre la sagoma di un clown. A questo scopo fonda l'associazione Gesundheit1(in tedesco significa salute) Institute, che raccoglie fondi destinati alla realizzazione della clinica. Si tratta di un progetto ambizioso, anche dal punto di vista economico, 15 milioni di dollari il costo previsto. Progetto che non ha mancato di sollevare polemiche. I suoi detrattori, infatti, lo accusano di essere inconcludente, perché pare che dal 1983 Patch Adams non abbia più visitato un paziente per dedicarsi anima e corpo a cercare i finanziamenti(mancherebbero ancora 7 milioni di dollari).
Lui però si sente investito di una missione da compiere, viaggia in tutto il mondo per far conoscere la teoria sul potere terapeutico del sorriso e il suo progetto di un ospedale che di essa sia veicolo concreto.

Tra i suoi obiettivi, ha fatto sapere, c'è anche "Clown One", un aereo pronto ad atterrare laddove ci sia un'emergenza umanitaria.

 



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www.comicoterapia.net

 


 

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