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Algerini Alessio

Page history last edited by alessio990 8 years, 12 months ago

PORTFOLIO

Ad ogni incontro devi esprimere i tuoi pensieri sul film proposto editando questa pagina e scrivendo nello spazio sotto a ciascuna domanda

 


12 ottobre 2010: CARO DIARIO di Nanni Moretti, Italia 1993 (IV episodio: Medici) 30'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

 

Non conoscevo "Caro Diario", ma è stato una piacevole scoperta: Nanni Moretti è capace di portare sul grande schermo la vita di tutti i giorni. Ad esempio, non ho potuto fare a meno di sorridere all'inquadratura delle ricette mediche: illeggibili! Mi ci sono ritrovato, proprio come quando il medico, terminata la visita, ti spiega cosa&quando devi prendere, tu stai lì ad anniure, poi arrivi a casa e ti sei già dimenticato tutto. Suggestiva anche la scena della prima visita: il paziente è lì, davanti al medico, in situazione di evidente imbarazzo (è semisvestito, malato, e si sente intellettualmente "inferiore"), e quest'ultimo svolge i suoi compiti in silenzio, senza spiegare alla perona che ha di fronte che cosa stia combinando sul suo corpo: poiché presto servizio di volontariato alla Misericordia, guardando quella scena mi sono tornate in mente le persone con più esperienza di me che ogni volta sottolineano l'importanza di instaurare un dialogo con l'assistito, domandando se sta bene, spiegando via via che cosa facciamo. 

 


 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

 

Ho trovato interessante la discussione sull'autoreferenzialità: purtroppo è vero, ai medici manca l'umiltà. Dopo anni e anni di studio, nessuno vuole ammettere di non saper spiegare qualcosa. E' anche vero che ciascuno è abituato a curare più o meno sempre le stesse patologie, e quindi ognuno ha i "suoi" medicinali preferiti. Certo è giusto chiedere consiglio ad un collega e farsi aiutare nella diagnosi, come facevano i medici cinesi. Essi però sbagliavano nel parlare nella loro lingua, escludendo il paziente dalla discussione nonostante riguardasse lui in prima persona! E dev'essere difficile persino riconoscere l'errore di un collega, poiché questo diminuisce la stima che la "gente comune" ha della casta e quindi indirettamente anche il prestigio personale.

Ho riso quando il Presidente dell'Ordine dei Medici di Famiglia ha ricordato che, da studente, era convinto che LUI sarebbe stato un medico migliore di quelli che lo hanno preceduto: era la stessa cosa che pensavo io, e forse molti altri. Sicuramente cercherò di non perdere di vista la persona che un giorno si siederà nel mio studio: accanto ai macchinari moderni metterò un bel quardo, terrò i volumi di medicina scientifica tra un manuale di psicologia e un vecchio romanzo. 

 

 

 

Allega tutte le integrazioni che vuoi (articoli di giornale, riferimenti a film, documentari o video, citazioni da libri, poesie, immagini, siti web, ecc.)

 

 

 


19 ottobre 2010: UN MEDICO UN UOMO di Randa Haines, USA 1991, 124'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

Il protagonista è il prototipo di colui che svolge la professione medica per una questione economica e di prestigio. Il modo in cui vive distaccatamente il suo lavoro, infatti, è dissacrante per l’intera professione medica. Ciò che colpisce è una delle prime frasi del protagonista, che vuole semplicemente “entrare, aggiustare, andarsene”. Il tema della partecipazione emotiva del medico alle sofferenze dei pazienti è qui drasticamente risolto con l’assunzione di una posizione di estraneità e quasi di indifferenza. Nella tecnica diagnostica e terapeutica si esaurisce il ruolo del medico nel suo rapporto con l’ammalato: un buon medico è semplicemente un medico tecnicamente competente. Si potrebbe tranquillamente collegare questo film all’episodio Medici del film Caro Diario di Nanni Moretti. Anche in questo film il medico tende a sottovalutare ciò che il paziente riferisce o, meglio, a non ascoltarlo per dare seguito esclusivamente alle proprie convinzioni e ai propri schemi mentali.

 

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

 

Il film sottolinea la necessità della costruzione di un rapporto medico-paziente, rapporto nel quale il medico deve essere colui che cura, ma anche colui che ascolta i sentimenti di chi ha bisogno d’aiuto. Non deve, quindi, spogliarsi del proprio camice, ma deve mettere a proprio agio il paziente e fargli capire che può aver fiducia in lui e nelle sue cure.

 

 

 

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16 novembre 2010: IL GRANDE COCOMERO di Francesca Archibugi, Italia 1993, 96'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

 

E' stato un film che mi ha colpito profondamente, perchè tratta di un tema affascinante e allo stesso tempo inquietante cioè la malattia mentale.

Credo che capire e curare la psiche umana sia una delle cose più difficili e complesse da fare;infatti ancora oggi la malattia mentale è vista come una malattia diversae a volte è tenuta nascosta, viene negata, è una cosa di cui ci si vergogna.

Essere un medico vuol dire stare a contatto continuamente con il dolore e la sofferenza,bisogna essere persone psicologicamente forti per reggere questo peso,lavorare con passione e affetto, stando attenti però a non lasciarsi coinvolgere troppo perchè sennò il peso diventa insostenibile.

la profondità del dolore e del diasagio di Pippi mi hanno un po' impressionato, è una cosa terribile che si trovi una così grande sofferenza nei bambini, che dovrebbero essere i primi ad avere una vita felice semplice e senza preoccupazioni.

 

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

 Lo psichiatra che cura Pippi è da prendere a esempio per la passione che mette nel proprio lavoro e per l'affetto e il modo con cui si rapporta con Pippi e gli altri bambini, riesce a stabilire un rapporto di fiducia con loro, a dargli l'amore di cui spesso mancano.

Dall' altro lato però, Arturo è un uomo tormentato, che si è rifugiato completamente nel lavoro,fino a lasciarsi coinvolgere anche troppo da esso; è troppo sicuro di sè e della sua teoria  e forse è da attribuire a un suo errore la morte di Marinella ,la bambina cerebrolesa.

Arturo è malato, come i pazienti che cura ed è proprio Pippi ,la sua paziente preferita, che lo analizza, lo comprende e lo aiuta a guarire

 

 

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30 novembre 2010: LA FORZA DELLA MENTE di Mike Nichols, USA 2001, 99'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

 

Il film riesce bene nell'intento di coinvolgere lo spettatore nella dolorosa vicenda, la protagonista infatti  narra le proprie vicende rivolgendosi direttamente al pubblico che risulta essere, oltre che profondamente toccato, anche intimidito dal racconto che si accompagna alle immagini. Risulta così possibile comprendere la perdita di dignità che Vivian prova nel momento in cui viene ricoverata in ospedale e sottoposta a una terapia sperimentale aggressiva e brutale, che prevede diversi cicli di chemioterapia "a dose piena". Vivian in ospedale si trova a fare da cavia, e da studiosa quale era diventa oggetto di studio cosa che per lei risulta essere quanto mai degradante, ma cerca di opporsi a questo degrado utilizzando la forza delle parole, che lei conosce bene in quanto rinomata studiosa di letteratura, e impegnandosi  imparare i termini medici che i dottori usano durante le visite.

Alla fine però Vivian è sopraffatta dal dolore e la sua dignità riesce a non essere completamente schiacciata solo grazie all'infermiera che l'assiste e cerca in ogni modo di opporsi ai medici quando questi calpestano la dignità e la volontà della malata.

 

 

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

 

Il rapporto tra medico e paziente risulta essere ancora una volta decisamente squilibrato, a sfavore del paziente. A Vivian infatti viene data una descrizione della malattia che a un primo impatto può sembrare molto accurata ma in realtà mancante di molti importantissimi particolari, come ad esempio le possibilità di sopravvivenza al cancro anche dopo essersi sottoposti alla cura, che evidentemente erano molto poche. Vivian iaccetta la cura senza fare domande e durante il primo colloquio con il medico non sembra troppo spaventata perchè non le viene spiegata con termini da lei comprensibili la gravità della sua malattia, nè le vengono menzionati gli effetti collaterali della cura che la porta a soffrire più di quello che soffrirebbe se non si fosse sottoposta come rammenta lei stessa durante il film, sottolineando quanta amara ironia vi sia in tutto questo. Ma se il medico avesse reso partecipe Vivian sin dall'inizio della sua malattia e la avesse trattata con riguardo spiegando i pro e i contro della cura, forse la paziente non avrebbe accettato e medici e ricercatori non avrebbero avuto nessuno su cui sperimentare la nuova cura, e questo era più importante per loro della dignità della paziente.

E' quindi ovvio che il medico non deve farsi coinvolgere sentimantalmente dal dolore del paziente, ma deve anche riuscire a mantenere la dignità di quest'ultimo e a vederlo come una persona che necessita di un aiuto e non come un caso clinico da studiare.

 

 

 

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22 Marzo 2011: MEDICI PER LA VITA di Joseph Sargent, USA 2004, 110'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

FINALMENTE un film in cui i medici fanno una bella figura!!da questo film emerge chiaramente l'importanza della dedizione, dell'umiltà e della determinazione nella professione medica ma anche nella vita in generale.Il protagonista, Vivien Thomas,ex carpentiere assistente di laboratorio del dottor Blalock, proprio grazie a queste doti riesce a vincere ogni pregiudizio e la discriminazione razzziale e alla fine tutti i suoi grandi sforzi sono premiati con la laurea ad honorem.

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

Una tematica importante di questo film è la ricerca, fondamentale per la medicina intesa come scienza in evoluzione perpetua; nella ricerca si deve avere coraggio e curiosità, bisogna osare,andare oltre i dogmi e i limiti della medicina dell'epoca. Nel film l'innovativa teoria di operare il cuore dei bambini cianotici viene vista come una cosa inaudita, impossibile, biasimata dai medici più illustri e l'atteggiamento di Blalock viene considerato suberbo e arrogante (addirittura un prete lo va ad ammonire della sua 'scelleratezza'). Blalock e Vivian si trovano quindi soli, abbandonati dall'intera classe scientifica e dall'opinione pubblica.Lo scetticismo  e il dogmatismo sono ostacoli alla ricerca che vanno tutt'ora abbattuti.

Un'altro aspetto del film che mi ha molto colpito è l'ostinata volontà di Blelock di sconfiggere la morte ad ogni costo, obbiettivo che dovrebbe essere comune a tutti i medici (senza ovviamente accanirsi).

 

5 Aprile 2011: L'OLIO DI LORENZO di George Miller, USA 1993, 129'


Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

Il film è commovente e ti fa vivere la vicenda con gli occhi dei protagonisti che vanno oltre i loro limiti culturali (nel senso che non sono medici) tutto per cercare di salvare ciò cui più tengono,il loro bambino affetto da Adrenoleucodistrofia. E' il loro sforzo che li porterà nonostante gli ostacoli e i dissensi a trovare un olio (miscela di olio di oliva e di colza) che permetterà di curarlo anche se non di guarirlo,perchè la malattia ha già provocato seri danni.

 

 

 La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

Il film mi ha fatto riflettere su ciò che la Medicina ancora non sa e che potrebbe scoprire se riuscisse a scendere dalla propria cattedra e a credere di potere ampliare i propri limiti. Credo che la storia sia un caso più unico che raro perchè riuscire a trovare una soluzione alla malattia del figlio partendo da zero sia un qualcosa di eccezionale ma non irripetibile. Il film comunica anche che la passione e la dedizione possono portare oltre i propri confini ed è proprio questo che un medico dovrebbe fare: riuscire a pensare che molto si è scoperto ed inventato ma si può fare altrettanto e che tutto ciò che può aiutarlo per questo fine deve essere ben accetto.

19 Aprile 2011: PATCH ADAMS di Universal, USA 1998, 115'


Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

Nonostante la drammaticità della storia, quello che più mi ha entusiasmato è la voglia di vivere del protagonista, il suo amore per l’umanità in quanto tale, anche se “ gli uomini sono l’unica specie che uccide i suoi simili” come egli stesso afferma dopo la morte della sua compagna. Il protagonista riversa il suo entusiasmo nella professione di medico  ma, in generale, il film appare come un invito a vivere la propria vita con pienezza, impegnandosi in ciò che ci appassiona di più.

 

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

Patch Adams rappresenta, secondo me, l’ideale di medico: preparato, appassionato del suo mestiere, desideroso di aiutare gli altri. La medicina non consistente  per lui soltanto nella guarigione dalle malattie fisiche, ma nel migliorare la vita dei suoi pazienti, anche terminali, attraverso un sorriso, una battuta, considerando la vita nel suo aspetto qualitativo e non quantitativo. Non mancano nel film le figure “negative” dei medici interessate solo al proprio prestigio, incapaci di aprirsi alle novità. Tra questi medici più anziani,che sembrano aver perso la passione per la propria professione, la figura che più mi ha colpito è quella di un medico che vede in Patch Adams se stesso da giovane. Come il protagonista, anche lui da giovane era pieno di passione  e pronto a combattere  per migliorare il servizio della sanità; ma alla fine si era arreso, era diventato anche lui parte del “sistema”,aveva forse perso il suo  entusiasmo.  Può accadere che con l’esercizio della professione ci si lasci travolgere dalla routine del lavoro quotidiano, perdendo la passione per ciò che si fa, per questo credo che ogni medico dovrebbe  rivedere questo film durante la sua carriera per ricordarsi i motivi che lo hanno spinto a intraprendere questa professione,e ritrovare l’entusiasmo nell’essere a servizio dei pazienti.

 


 

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