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Abbati Giulia

Page history last edited by giulia 9 years, 1 month ago

PORTFOLIO

Ad ogni incontro devi esprimere i tuoi pensieri sul film proposto editando questa pagina e scrivendo nello spazio sotto a ciascuna domanda

 


12 ottobre 2010: CARO DIARIO di Nanni Moretti, Italia 1993 (IV episodio: Medici) 30'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

L'esperienza del cineforum mi è sembrata veramente un buon inizio per avvicinare noi futuri medici ad aspetti diversi dallo studio, aspetti che però riguardano comunque, e forse anche di più, la nostra futura professione. La visione di questo film mi ha indotto a pensare a come una persona, in questo caso il protagonista, si senta abbattuta quando è malata, soprattutto quando è malata e non riesce a trovare nessuno che sia in grado di curarla; e quindi passa di studio medico in studio medico, di dottore in dottore e ovunque riceve risposte e cure diverse, sempre incompatibili con la sua malattia, che intanto rimane uguale, o forse peggiora.

Il paziente capisce che le cure che i medici gli danno non sono adatte a lui, ma nel film viene sottolineata la sua impotenza davanti a questo.

I medici non riescono a tranquillizzarlo, anche perchè non provano a spiegargli quello che lui ha esattamente secondo loro; prescrivono solo medicine con nomi sconosciuti, guardano la cosa da lontano, dietro la loro imponente scrivania, senza avvicinarsi al paziente, mettersi al suo livello e renderlo partecipe. Le diagnosi dei numerosi medici, che il protagonista consulta, sarebbero sicuramente migliori se si basassero sui sintomi che egli descrive e non su sintomi che i medici stessi vogliono vedere per adattare una loro diagnosi alla patologia del paziente. Inoltre se quei medici sicuri di sé, primo tra tutti il famosissimo Principe, spiegassero al paziente la malattia che ha secondo loro, potrebbero sicuramente  solo trarne beneficio: avere un riscontro sulle loro ipotesi e rassicurare la persona che siede loro davanti. Mi ha colpito la differenza che esiste tra i numerosi dermatologi o allergologi italiani e i due medici giapponesi, che il protagonista sente molto più vicini a lui, sebbene parlino anche un'altra lingua. Si vede quindi come una persona, sana o malata che sia, abbia sempre il bisogno di sentirsi considerata, e capita.

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

Penso che la professione medica sia indubbiamente una professione complessa per moltissimi aspetti, che non riguardano solo una necessità di possedere molte conoscenze in campo professionale, ma anche la necessità di sapersi rapportare con gli altri, a livello umano. Ovviamente  l'obiettivo ultimo dei medici è fare una diagnosi corretta, ma mentre cercano di arrivare a questo, dovrebbero, e dovremmo, fare attenzione a non sottovalutare molti altri aspetti. 

Intanto penso sia essenziale una collaborazione con il paziente, che comprende la necessità di ascoltarlo, per capire davvero i sintomi che egli percepisce, e la necessità di riferire al paziente stesso che cosa stiamo capendo sulla sua malattia: egli non deve essere estraneo a questo, visto che è proprio lui che la vive.

Colui che cura dovrebbe sempre ricordarsi che ha davanti qualcuno che deve essere curato, qualcuno che si è rivolto a lui ammettendo umilmente che aveva bisogno di aiuto. E il medico con altrettanta umiltà deve trattare il suo paziente: senza porsi ad un livello diverso, senza parlare con superiorità o superficialità, senza pretendere di avere ragione in tutto quello che dice, d'altra parte errare è umano. Per questo credo che un medico debba anche sempre essere pronto a valutare altri pareri in modo critico, giudizi di altri medici, anche con specializzazioni diverse dalla propria, perchè le varie branche della medicina non possono essere mai completamente scollegate le une dalle altre.

Infine penso che un aspetto che pesa sulla professione di medico sia una grande responsabilità, quella di dover curare una persona da una malattia che talvolta può portarla anche alla morte, come in questo film dove, a causa di svariate diagnosi sbagliate, il paziente ha perso diversi mesi di tempo per sconfiggere un linfoma. Per questo un medico non può essere sicuro in modo superficiale della sua diagnosi, perchè ha a che fare con qualcosa di essenziale, la salute degli altri.

 

Allega tutte le integrazioni che vuoi (articoli di giornale, riferimenti a film, documentari o video, citazioni da libri, poesie, immagini, siti web, ecc.)

 

 

 


19 ottobre 2010: UN MEDICO UN UOMO di Randa Haines, USA 1991, 124'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

Il film inizia con delle risa, con parole di più persone diverse, con della musica allegra; e ci si aspetta di essere ovunque tranne che nel luogo in cui si svolge la prima scena: una sala operatoria. E ci troviamo di fronte ad un chirurgo, molto bravo e molto sicuro di sé, che pensa di aver capito a fondo il senso e l'obiettivo del suo lavoro, chirurgo rispettato da alcuni, da alcuni temuto, con una schiera di specializzandi dietro pronti per imitarlo in tutto, anche nel modo di camminare.

Ma i medici non sono immuni alla malattia e quando questo tocca al protagonista del film, vediamo il chirurgo tanto rispettato rotolare al livello di tutti gli altri pazienti, costretto a fare la fila come i comuni mortali, a condividere la stanza con degli sconosciuti, a indossare una camicia da notte imbarazzante al posto del suo camice reverenziale: stesso ospedale, altra vita.

E' strano vedere come un'esperienza, anche orribile, possa cambiare in meglio la vita di un uomo, anzi far vivere come uomo una persona che prima era solo medico. E ora davanti abbiamo un uomo completamente nuovo, che guarda in maniera diversa non solo alla vita, da cui ha avuto un'altra possibilità, ma anche al suo lavoro, che scopre essere diverso da come lo credeva prima, e sicuramente più affascinante. Siamo di fronte ad un uomo che, finalmente, è riuscito ad abbassare le braccia e a farsi avvicinare dagli altri; che ha capito che la gentilezza e la tenerezza sono qualità che donano tanto e che costano poco. Alla dottoressa che lo ha in cura, simbolo della freddezza e dell'indisponenza, egli dice che prima o poi saremo tutti dei pazienti, e aggiunge che non spererebbe mai di essere curato da qualcuno uguale a com'era lui un tempo.

Mi ha colpito l'amicizia che si instaura tra il protagonista e l'altra donna malata di cancro perchè ho subito pensato a come si fa presto a condividere tutto con una persona che vive la nostra stessa esperienza, perchè ci sentiamo sicuri di non essere giudicati, e perché pensiamo che gli altri non ci possano capire. Mi sono anche chiesta perchè un viaggio pazzo nel deserto Jack non lo faccia anche con sua moglie.

Finisco con il dire che ho già consigliato questo film a diverse persone perchè mi è piaciuto sinceramente tanto, mi ha toccato veramente da vicino e, fossi stata a casa, da sola, avrei pianto credo più di un paio di volte.

 

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

Un medico, un uomo. Mi sembra un gran bel titolo, un titolo importante, migliore secondo me anche dell'originale titolo americano. Un titolo che invita a riflettere già prima di vedere il film. E a me effettivemente sia il titolo che il film hanno fatto riflettere parecchio.

Ho riflettuto sul fatto che anche un medico vuole tutto quello che vuole qualsiasi altro uomo: ha bisogno dell'affetto di una famiglia, e deve ammettere di avere bisogno di una famiglia, ha bisogno di qualcuno con cui poter parlare liberamente, e a cui non mentire mai, ha bisogno di amici veri e di persone di cui potersi fidare, ha bisogno di chiedere scusa alle persone che ha preso in giro, e di poter cambiare idea, e inoltre, per fare bene quello che deve, ha bisogno di qualcosa in cui credere, che sia parlare con il paziente anestetizzato, ascoltare una canzone simbolica, o, perché no, pensare che i piccioni siano angeli. Ecco quindi che, innanzi tutto, il medico ha bisogno di essere un uomo.

Ho pensato al fatto che il medico non è colui che "entra, aggiusta e se ne va" ma colui che entra nella vita di un paziente tanto quanto il paziente entra nella sua, instaura con il paziente un rapporto basato sul rispetto e sulla fiducia, e lo chiama per nome. E ho pensato a quanto sia importante far capire alla persona che deve essere curata quanto ci stia a cuore, quanto ci interessi quello che le succederà, e quanto cercheremo di fare il possibile perchè tutto le vada per il meglio, solo perchè non vogliamo che succeda il contrario e non per difendere la nostra reputazione. Nel film anche un laureato in medicina preferisce essere operato da chi ispira più fiducia e non da chi dimostra molto freddamente di avere ottime competenze.

Ho riflettuto anche su quanto è stato importante per il medico protagonista essere un paziente, vivere una malattia in proprio anzichè curarla per qualcun'altro: questo sottolinea il fatto che un medico prima dovrebbe conoscere quello che il suo paziente vive, cercando di capirlo a fondo o vivendolo lui stesso. Io ho già vissuto l'esperienza di essere paziente prima di essere medico e credo che questo mi sia servito perché, almeno per adesso, continuo a ripetere che cercherò di non commettere gli stessi errori che i medici hanno fatto con me e, anche nei giorni più neri, ingoierò sempre una pillola di gentilezza.

 

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16 novembre 2010: IL GRANDE COCOMERO di Francesca Archibugi, Italia 1993, 96'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

"Il grande cocomero" è sicuramente un film che lascia il segno, perchè affronta un tema importante, che molti al giorno d'oggi non sono ancora disposti ad accettare: la pazzia, la malattia mentale, quella bestia nera di cui la gente pensa di non potersi più liberare, e che effettivamente è impegnativa da curare. Quante volte sentiamo le persone anziane dire "se divento pazzo non mi portare fuori" e intendono dire che non vogliono essere visti, perchè si vergognano di trovarsi in quello stato, quasi potessero perdere la loro dignità, e quasi dipendesse da loro. Ma anche Pippi nel film mente per questo: non vuole confessare di essere epilettica e preferisce dire di essere scappata di casa. Anche su questo lavora Arturo, il neuropsichiatra protagonista: lascia che i bambini malati facciano amicizia tra loro, giochino, si divertano, offre loro un panino, li porta fuori, fa in modo insomma che prima di tutto accettino la loro malattia, non si sentano comunque diversi dagli altri, perché la speranza di guarire è necessaria. Arturo porta anche tutti i "suoi" bimbi a casa dei suoi genitori, in campagna, per farli divertire e stare bene, ma fondamentalmente anche per potere stare con loro, e con Pippi, quella bambina che è riuscita a dare un senso alla sua vita, che è riuscita a psicanalizzarlo e a cambiarlo. E vediamo che ormai il medico è completamente bisognoso del paziente, non riesce a vivere senza occuparsi di lui, e capiamo che, nel bene o nel male, ha comunque superato il limite.  

Ma lo psichiatra riesce nel suo intento poiché risolve quello che ormai era diventato il suo caso da risolvere: sappiamo alla fine del film che Pippi per molto tempo non ripresenta più crisi epilettiche, quelle crisi che non erano di natura neurologica ma psicologica. La ragazzina aveva solo bisogno di trovare una sua tranquillità, per affermare con forza che quelle crisi non erano più necessarie. Aveva bisogno di un rapporto diverso con i genitori, di essere capita e creduta. Aveva bisogno di non essere considerata sempre solo come una malata, ma poter ridere e uscire con i suoi coetanei. Aveva bisogno di sentirsi donna, come tutte le ragazze della sua età, provandosi il reggiseno e le scarpe della mamma. Aveva bisogno di pensare che sarebbe riuscita a guarire, che avrebbe potuto invaghirsi e innamorarsi di un ragazzo e di sperare che qualcuno si innamorasse di lei.

Credo che questo film colpisca in modo particolare perchè i malati in questione sono dei bambini, bambini che vediamo ridere e cantare ma bambini che non possono vivere una vita normale, che soffrono, che piangono, ed è impossibile non riflettere e commuoversi: significativa, riassuntiva e toccante la frase del prete al funerale di Marinella: "signore perché i bambini muoiono?".

 

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

In questo film il protagonista è molto sicuro della forza della psicologia e della psichiatria, quello che è il suo campo medico, e questo lo porta a considerare così importante l'aspetto psichico dei pazienti da non rendersi conto talvolta della presenza di problemi e patologie di altra natura, come nel caso della piccola Marinella, che in realtà necessitava di cure neurologiche.

Si capisce che un medico non dovrebbe mai essere sicuro a priori dell'efficacia del suo modo di curare e di una sua personale diagnosi ma si capisce anche come possano verificarsi nei pazienti degli imprevisti, qualcosa che nessuno poteva prevedere ma che purtroppo a volte è in grado di uccidere: e ho riflettuto su quanto deve essere difficile riuscire a non crollare mai, separare alternativamente quello che succede a lavoro da quello che invece riguarda la sfera privata del medico, e non avere voglia di scappare via, lasciandosi alle spalle problemi, paure e dolore. Lo stesso amico e collega di Arturo abbandona l'ospedale per trasferirsi in una clinica privata, affermando di non farcela letteralmente più.

Il medico protagonista del film ha senza dubbio un comportamento particolare, che lo porta a vivere in modo quasi morboso la sua professione; la sua vita gli sembrava vuota, aveva perso tante cose, e aggrapparsi al lavoro è stato per lui necessario. Un medico dovrebbe cercare per prima cosa di stabilire con il paziente un rapporto di fiducia, di trarre dal paziente tutti gli insegnamenti positivi che può trarre, e ovviamente fare tutto il possibile per aiutarlo e guarirlo; certo non lasciarsi trasportare dal paziente stesso in modo esagerato.

Le innumerevoli esperienze che un medico fa mentre svolge la sua professione, entrano sicuramente a fare parte della sua vita, ma queste non devono costituire tutta la sua vita. D'altra parte un uomo che fa il medico è comunque un uomo, e credo che debba carcare sempre di vivere una vita propria, di costruire rapporti privati saldi e duraturi con gli altri e di ricordare sempre il proprio compleanno.

 

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30 novembre 2010: LA FORZA DELLA MENTE di Mike Nichols, USA 2001, 99'

 

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

Penso che questo film sia molto esplicativo su cosa una persona prova dopo aver scoperto di essere affetta dal cancro: dapprima un senso di vuoto e una totale confusione, una vera e propria estraniazione dalla realtà, perchè probabilmente non realizza immediatamente che il dottore sta parlando propro di lei e non pensa razionalmente a quanto questa malattia la sconvolgerà; poi subentra l'atteggiamento di attaccamento alla vita, che spinge a lottare per sopravvivere, al quale si alterna però una fase di disperazione e sconforto, durante la quale il paziente si chiede perchè proprio a lui tocchi sopportare questo e "perché il cancro?!". Vivian Bearing invece mostra questa fase solo in seguito perchè da subito cerca di essere forte per combattere il nemico, cercando di sconfiggerlo sopportando una cura sperimentale, otto mesi "a dose piena"; mi ha colpito infatti la forza di volontà della protagonista, forse ancora più visibile perché questa parla direttamente con lo spettatore, rendendolo più partecipe del suo dramma. Tuttavia anche quella donna forte, indipendente e rispettata nasconde tante paure, incertezze e debolezze e comincia col tempo a perdere di vista la sua identità, arrivando a dire che lei era una ricercatrice quando aveva ancora le scarpe e i capelli: si sente esclusivamente una malata, e si sente sempre più malata quanto più vede che quella malattia la sta cambiando fisicamente e caratterialmente. Anche il carattere della protagonista viene infatti modificato dalle prove che deve sopportare: quello è un tempo di semplicità, di gentilezza e lei è diventata addirittura sdolcinata, e ha paura. Adesso ha bisogno di umana comprensione, proprio lei, che con i suoi studenti non l'aveva mai avuta.

Ho notato poi un'altra fase nella protagonista, il momento in cui sembra che si chieda se è valso la pena farsi curare, se sia stato giusto sottoporsi a tutti quei mesi di chemioterapia, sopportare tutti quegli effetti collaterali: Vivian sa infatti di non essere in isolamento perché ha un cancro grosso come un pompelmo ma perché un'equipe di medici le sta curando il cancro. E' la cura a mettere in pericolo la sua vita: questo è un paradosso. Ed è un paradosso troppo difficile da comprendere anche per lei, che dei paradossi e dei simboli di John Donne si era sempre occupata. La vediamo sognare che questa cura le ha strappato via la possibilità di insegnare, la ha praticamente allontanata da quello che lei amava fare e infatti, ormai stanca, decide di essere una "senza codice" nel momento in cui il suo cuore dovesse smettere di battere. 

Ho riflettuto su quanto ha sofferto la protagonista, e per quanto tempo, e ho pensato ad una frase verissima che ad un certo punto dice nel film: "dolore" è una piccola parola, ma in questo caso significa essere ancora viva.

Infine ho pensato molto alle figure dei medici nel film, il grande e rinomato professore, che va a visitare la sua paziente solo il minimo indispensabile, e il giovane medico, che vorrebbe essere un ricercatore anziché un clinico. E come potrebbe un paziente sentirsi bene psichicamente curato da persone del genere?!

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

I medici che noi vediamo nel film non rispecchiano sicuramente l'idea di medico ideale, sempre presi dal loro lavoro da non avere mai neanche un minuto per scambiare qualche parola con il paziente, in più un paziente che vorrebbe sapere. Un medico non dovrebbe mai arrivare a considerare un  paziente come un oggetto, in questo caso addirittura come un oggetto di studio, parlando davanti a lui come se egli non ci fosse o non lo sentisse, né quando parla a sé stesso, né quando discute con altri medici, come durante il "giro dei letti". Il paziente ha il diritto di sapere, vuole sapere, e vuole capire: inutile sfoggiare davanti ad un malato un linguaggio tecnico profondamente specifico, che rischia solo di alimentare dubbi e paure; nel film è addirittura la paziente che si mette a studiare il linguaggio medico per cercare di comprendere la sua malattia e arriva al pronto soccorso già sapendo di avere una "neutropenia febbrile". La professione medica si basa molto sul rapporto con gli altri: non si cura semplicemente una malattia, ma si cura una persona che ha una malattia; tuttavia la persona nel film è appunto passata in secondo piano e il medico preferisce esaminare subito la cartella clinica, dovendo ricordare a sé stesso addirittura di salutare e di domandare come va.

Ho notato inoltre come i medici nel film lascino uno spazio tra loro e la paziente, non facendo mai domande private, se non nel compilare la storia clinica, e non avvicinandosi mai troppo al letto: non c'è dialogo, e non c'è contatto. Penso invece che entrambi siano molto importanti per un paziente, perché una persona che non viene mai toccata da nessuno comincia a sentirsi diversa, e può addirittura pensare che gli altri abbiano quasi paura della sua malattia, mentre una persona a cui non viene mai rivolta la parola, comincia a sentirsi poco importante, superflua in quella situazione.

Inoltre nel film si vede come in alcuni casi un medico non regga una situazione particolarmente dura o difficile e preferisca uscire di corsa, a testa bassa: esistono momenti in cui la medicina fallisce, ma quando questo succede, e il medico non può fare niente, deve comunque rimanere l'uomo, a rassicurare e stare vicino al paziente. Come molte volte mi viene da pensare infatti un medico è solo un uomo, con addosso un camice, per cui dovrebbe fare quello che vorrebbe fosse fatto a lui, se i ruoli si invertissero.

 

 

 

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Morte, non esser superba, se anche
qualcuno ti chiama terribile e possente
Tu non lo sei affatto: perché
quelli che pensi di travolgere
in realtà non muoiono, povera morte, né puoi uccidere me.
Se dal riposo e dal sonno, che sono tue immagini,
deriva molto piacere, molto più dovrebbe derivarne da Te, con cui proprio i nostri migliori se ne vanno,
per primi, tu che riposi le loro ossa e ne liberi l'anima.

(...)
Trascorso un breve sonno,
veglieremo in eterno, e la morte
non sarà più, morte Tu morirai.

 

 

22 Marzo 2011: MEDICI PER LA VITA di Joseph Sargent, USA 2004, 110'

 


Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

Ho trovato questo film veramente bello, soprattutto da un punto di vista umano piuttosto che medico: in particolare mi ha colpito il protagonista, Vivien Thomas. Il suo amore verso la medicina, la sua voglia di avvicinarsi il più possibile a quella scienza per lui così appassionante, la sua capacità di adattamento, la sua capacità di ubbidire agli ordini, ma di non farsi sottomettere, la sua moderazione nelle reazioni, la sua genialità: questo è quello che manda avanti il film. Oltre a tutto questo troviamo due medici, anche se uno laureato e uno no, che danno la vita per la ricerca, che vogliono a tutti i costi dimostrare al mondo che nella medicina non ci si può fermare, che continuamente dobbiamo affrontare nuove sfide, per salvare la vita di sempre più persone. Vivien Thomas è il simbolo di chi lotta per avvicinarsi a ciò che ama fare nonostante non abbia mai avuto la possibilità di farlo, chi aiuta le persone desiderando che gli vengano riconosciuti i suoi meriti ma poi continua a voler fare quel lavoro anche se i meriti non gli vengono riconosciuti, chi vuole comunque contribuire ad aiutare. Alfred Blalock è un po' il simbolo del ricercatore che sacrifica la sua vita privata per il lavoro, per essere stimato e conosciuto ma soprattutto per la voglia di aiutare gli altri in modo significativo. E effettivamente ci riescono, scoprendo una cura per i cosiddetti bambini blu, ma soprattuto aprendo la strada alla chirurgia cardiaca, perché da qui in poi chi avrebbe operato al cuore non sarebbe più stato visto come un ignorante e un prepotente.
A colpirmi di questo film è stata anche l'ambientazione storica e culturale, le difficoltà nell'integrazione dei neri nell'ospedale e nella società, perché era difficile entrarvi e, quando questo avveniva, non poteva mai essere dalla porta principale. Il processo di integrazione del protagonista però si completa nel film, con la sua laurea ad honorem in Medicina e Chirurgia, ma soprattutto con il suo ritratto affisso alla parete dell'ospedale Antony Hopkins, accanto al suo collega e amico Alfred Blalock e in mezzo a tutti gli altri grandi della Medicina, quei grandi che i due protagonisti prendevano come modello e che speravano di imitare.


La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

Questo film mi ha fatto riflettere anche sul versante della ricerca medica, quello che forse è un po' meno preso in considerazione dagli studenti di Medicina, perché si pensa che la cosa più importante per aiutare le persone sia curarle, senza pensare che questo è possibile solo grazie a chi queste cure le ha pensate, scoperte, sperimentate.
E penso che il messaggio che trasmette questo film sia molto importante: combattere per qualcosa in cui si crede, anche se questo vuol dire talvolta fare molti sacrifici, andare contro ad altre persone, vincere un po' il presente e guardare al futuro: questo ovviamente era un po' più vero nel passato, quando alcuni dogmi della medicina non si potevano assolutamente contraddire, ma credo che anche oggi ogni ricercatore abbia le sue difficoltà, a partire dalla presenza di vecchi luminari della Medicina, ad arrivare alla mancanza di fondi e di retribuzione. Fortunatamente sono esistite persone come quelle di questo film, o anche più conosciute, che hanno permesso rivoluzioni essenziali per la cura delle persone, tantando strade talvolta difficilissime; a questo riguardo mi ha colpito moltissimo una frase che Blalock dice nel film: "Dove voi vedete dei rischi io vedo delle opportunità". Penso proprio che sia così, che all'inizio senza tentare non si possa ottenere niente, anche perché rischio, ovviamente non sottovalutato, non vuol dire fallimento. Anche per salvare la piccola paziente "blu", il rischio da correre era notevole, ma la decisione per Blalock medico sembra essere stata abbastanza semplice, perché se non la avesse operata, la bambina sarebbe sicuramente morta; ho notato quanto invece la decisione abbia avuto più ripercussioni su Blalock uomo, spaventato dall'idea di non riuscire nel suo scopo. Ma ho notato come avere le giuste persone vicino (per lui la moglie, l'equipe, e soprattutto il suo stimatissimo Vivien), possa aiutare ad avere più fiducia in sé stessi.

 

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"Io so dal più profondo di me stesso che la morte è una cosa che voglio assolutamente combattere." Alfred Blalock, Medici per la vita

 

5 Aprile 2011: L'OLIO DI LORENZO di George Miller, USA 1993, 129'


Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

Ho trovato questo film molto bello ma anche molto duro, esageratamente duro, perchè mette insieme due aspetti particolarmente toccanti della malattia: una malattia degenerativa terribile e quasi sconosciuta (l'AdrenoLeucoDistrofia) e un bambino di sei anni colpito.
Ho trovato però bellissimo e struggente il comportamento dei genitori che, consapevoli che nessuno troverà a breve una cura per il loro bambino, decidono di studiare tutto quello che riguarda la malattia del figlio, diventandone praticamente esperti, cercando di comprenderne la biochimica, le cause e le conseguenze; cercano di coinvolgere tutti i genitori che si trovano nella loro stessa situazione, di far incontrare tutti i medici che si sono occupati di qualsiasi cosa si avvicinasse all'ALD. E quello che è sorprendente è che proprio i genitori troveranno una cura plausibile, seppure sperimentale.
La strada per arrivare ad una cura però non è breve, né semplice e vede un aggravarsi rapidissimo delle condizioni di Lorenzo, e un precipitare della situazione mentale della madre, che anche ai suoi familiari sembra quasi impazzita.
La fine del film mi è piaciuta molto, un lieto fine non così scontato, e mi ha particolarmente colpito l'incitamento da parte della madre verso Lorenzo, per far sì che egli potesse riprendere il più possibile delle sue funzioni: "dì al cervello di dire al braccio di dire alla mano di muovere il mignolo".



La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

 

I medici che vediamo in questo film sono medici che vengono chiamati in causa per curare una malattia di cui ancora non si conosce la cura, che possono solo tentare alcuni rimedi ma che non hanno la certezza della loro efficacia, anzi. Ci sono medici che non vogliono sbilanciarsi troppo, provando a contrastare il decorso della malattia con una semplice dieta, e medici che invece si arrischiano a usare metodi molto più invasivi, come la immunosoppressione. Io non so sinceramente quale sia il metodo migliore: provare comunque a fare il possibile per aiutare un bambino, o fare solo quello che è sicuramente efficace? Posso solo pensare a quanto sia difficile avere a che fare con pazienti molto malati, che si trasformano sempre di più a causa della loro malattia degenerativa, malattia che noi non riusciamo a fermare, avere a che fare con genitori e famiglie distrutte, che chiedono continuamente il nostro aiuto, e che si disperano ad ogni insuccesso.
Personalmente ho odiato il comportamento del medico che mostra Lorenzo a tutti gli altri, al centro di una grandissima aula, bianca e fredda, pur sapendo che questi procedimenti sono essenziali per l'avanzare della ricerca medica.
Invece ho trovato il medico con l'approccio "dietista" molto più equilibrato, disponibile a spiegazioni e chiarimenti, anche se non troppo entusiasta per la sperimentazione di nuove cure. Da parte sua però credo che definire l'olio di Lorenzo una cura per l'ALD non fosse effettivamente giusto, non avendolo sperimentato a sufficienza: deve comunque esserci una differenza tra il comportamento di un medico e quello di un genitore.
Un altro aspetto che trapela dal film è poi l'aspetto umano di un medico, che nel film è più visibile nelle infermiere che si prendono cura di Lorenzo: questo ci insegna a non trattare un paziente come se fosse un vegetale, o come se fosse già morto, perché finché il cuore batte e i polmoni "respirano" una persona ha il diritto di essere considerata tale. E forse quello che la madre di Lorenzo cerca di dimostrare nel film è che chi vuole veramente bene ad un malato può imparare ad essere un infermiere migliore di tanti altri, può stargli vicino e talvolta anche contribuire alla sua guarigione.

 

 

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19 Aprile 2011: PATCH ADAMS di Universal, USA 1998, 115'

Che ti senti di dire dopo aver visto questo film?

 

Avevo già visto questo film una volta e, anche se non ricordavo esattamente la storia, ricordavo che era molto bello. E in effetti lo è.

La trama e il messaggio del film sono incredibilmente affascinanti e il fatto che il film sia tratto da una storia vera li rende ancora più tali.  Viene voglia di imitare il protagonista, viene voglia di aiutare gli altri incondizionatamente, e con ogni mezzo, anche se poi ci rendiamo conto di quanto questo nella vita non sia affatto facile, di quanto il giudizio degli altri conta, di quanto spesso non riusciamo ad andare contro alle regole. Per il protagonista non è così: Patch si infischia del giudizio degli altri e fa sempre quello che ritiene giusto; Patch è Patch, è colui che aggiusta, a partire da una pezza sotto un bicchiere che perde, fino ad arrivare ai tentativi di tenere compagnia e risollevare le persone ricoverate, oppure al fatto di vedere in un pazzo conosciuto in manicomio un genio assoluto e in un malato scorbutico e offensivo una persona che sta chiedendo aiuto. Per lui aiutare gli altri non conosce limiti e realizza il suo sogno di creare una sorta di rifugio di accoglienza gratuito per i malati e i bisognosi; ma ovviamente c’è sempre un limite ai sogni, c’è sempre un limite all’ infrangere delle regole, e purtroppo questo il protagonista sembra capirlo troppo tardi, dopo che ormai ha perso una delle persone a cui teneva di più.

 

La visione del film che riflessioni ha indotto sulla tua idea della professione medica?

Questo film mette in evidenza quanto è importante il comportamento di un medico, quanto il suo atteggiamento sia la prima cosa che colpisce il paziente, prima della sua capacità di curare.

E mentre guardavo il film ho riflettuto su molti aspetti importanti: quanto è essenziale ascoltare veramente una persona che ha bisogno di aiuto, perché fare finta di ascoltarla fa soltanto peggio, facendola sentire non capita o addirittura presa in giro; quanto è importante parlare al paziente chiamandolo per nome, interessandosi alla sua vita, facendolo sentire una persona tale e uguale a noi, anche se in quel momento soffre; e come talvolta il paziente vuole essere assecondato, per credere di essere capito (come Mr. Davids, il paziente con il cancro pancreatico).

Il medico è colui che cura un persona ma è bello quello che Patch dice durante il suo “processo”, cioè che tutti coloro che aiutano gli altri possono essere chiamati medici, seppure non aiutino i malati con bende o farmaci, ma lavando, cucinando, lavorando per loro. Perché tutti possono aiutare qualcun altro. Dobbiamo poi tenere presente che effettivamente curare qualcuno non vuol dire allungargli la vita, ma rendergliela più bella, gradevole o sopportabile che sia. Se curiamo una malattia avremo solo due risultati, o riusciremo o falliremo, ma se proviamo a curare il paziente trionferemo per forza.

Aiutare veramente una persona è una cosa bellissima, è un gesto che ti fa sentire realizzato, tanto che non guardi più cosa hai fatto effettivamente ma guardi solo che hai reso felice qualcuno, e non importa se per riuscire nell’intento si è dovuto far finta di sparare con un bazooka a tanti piccoli scoiattoli.

 

I veri protagonisti del film tuttavia non sono medici veri e propri ma medici in formazione, studenti universitari, e tra questi studenti possiamo ritrovare tantissime e diverse personalità: c’è lo studente più serio e quello più scherzoso, quello più ligio al dovere e quello più “festaiolo”, quello più allegro e quello più triste: ognuno è se stesso e ognuno è diverso, e ognuno sarà medico un giorno. È bene che tutti mantengano la propria personalità, che sappiano ragionare con la propria testa e che alla loro preparazione “accademica” accompagnino sempre un po’ di sensibilità perché, come dice Patch al suo compagno di stanza saputello, non importa essere stronzi per essere un bravo medico.



Allega tutte le integrazioni che vuoi (articoli di giornale, riferimenti a film, documentari o video, citazioni da libri, poesie, immagini, siti web, ecc.)


 

Comments (1)

Claude Almansi said

at 3:52 pm on Mar 12, 2011

Bella la traduzione del sonetto di Donne: quella di Cristina Campo? Cercando l'originale, sono arrivata a http://en.wikipedia.org/wiki/Death_Be_Not_Proud dove il sonetto viene citato, però è sul libro omonimo dove John Gunther narra la lotta di suo figlio contro un tumore al cervello e la sua morte. Libro di cui è stato tratto un telefilm...

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